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Montagne bianche…tavola e giù…

L’inverno ormai è arrivato e con l’inverno riparte la grande stagione degli sport sulla neve… Cosa aspettate???? Tavola ai piedi e via per le piste…..Buon divertimento

Terremoto devasta Haiti, oltre centomila morti

Haiti ha vissuto una notte da incubo. La seconda, dopo il violento terremoto di magnitudo 7 che ha devastato martedì pomeriggio – la notte tra martedì e mercoledì in Italia-, l’isola di Haiti. Il sisma, un vero e proprio sciame sismico ha fatto registrare una decina di scosse nel giro di poche ore (la prima attorno alle 23 italiane), ha avuto il suo epicentro ad una quindicina di chilometri dalla capitale Port-au-Prince che ha quasi raso al suolo e che potrebbe aver causato oltre centomila morti. In migliaia hanno aspettato il giorno in strada, trovando riparo nei giardini pubblici. Alcuni testimoni raccontano che i cadaveri giacciono ancora nelle strade. Nella capitale haitiana la situazione resta caotica: mentre proseguono, anche se a rilento, i soccorsi immediati possibili in loco e inizia a muoversi la macchina degli aiuti internazionali, non c’è ancora chiarezza sull’effettivo bilancio delle vittime. La mancanza di comunicazioni e di infrastrutture efficaci fa temere che con il passare delle ore il numero dei morti possa raggiungere l’ordine delle centinaia di migliaia: «Vi sono 500 mila vittime», ha detto mercoledì Youri Latortue, senatore haitiano, basando la sua stima sui danni provocati dal terremoto; in precedenza il premier Jean-Max Bellerive aveva parlato di oltre centomila morti. Intanto c’è ansia per la sorte degli italiani presenti in loco. «Mancano all’appello decine di connazionali» ha fatto sapere il ministro Frattini. Al momento sarebbero ancora migliaia di persone sotto le macerie e decine di migliaia di feriti lasciati senza soccorsi; si teme anche per gli undicimila uomini della missione Onu, la Minustah, che garantisce l’ordine nel tormentato Paese: come tanti altri palazzi anche la sede della missione è andata distrutta e nel crollo è morto anche il responsabile, il tunisino Hedi Annabi.

Quel volto ferito e il dialogo su Facebook

“Il volto sanguinante del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi campeggia sulle homepage dei principali siti dei quotidiani e network internazionali già nei minuti successivi all’aggressione. Istanti concitati sulla rete, nel corso dei quali anche il popolo di Facebook entra in fibrillazione. Un’ora dopo l’incidente – riporta LA REPUBBLICA – sono già nati sciagurati gruppi che inneggiano all’aggressione e al suo autore: ‘Santo subito’. Trascorrono le ore e in tarda serata diventano ben ventimila gli iscritti ai tre gruppi di fan club di Tartaglia. Diventa un caso. Oltre 60 mila fans. A nemmeno ventiquattr’ore dall’aggressione a Silvio Berlusconi, Massimo Tartaglia ha già raggiunto vette incredibili di popolarità su Facebook.
“Merito” di alcuni frequentatori del social network che, a pochi istanti dal famigerato lancio della statuetta (rappresentante il duomo di Milano) contro il volto del Presidente del Consiglio, hanno dato il via ad attestati di stima senza sosta verso l’assalitore milanese, che col passare delle ore pare essersi trasformato in una sorta di guru.
Ci sono poi i gruppi, innumerevoli, quasi interminabili. “Stima per Massimo Tartaglia” gode di 1950 affiliati (scriviamo alle ore 19 di lunedì 14 dicembre), “Solidarietà per Massimo Tartaglia” di quasi 520, “Massimo Tartaglia” di oltre 700. Di grande popolarità risultano inoltre “10, 100, 1000 Massimo Tartaglia” (150), “Grazie Massimo Tartaglia” (550) e “Massimo Tartaglia Santo Subito” (700).La situazione è pressoché analoga se analizzata a parti invertite. “Massimo Tartaglia vergognati” fa registrare 1850 iscritti e il simile “Vergogna per Massimo Tartaglia” 1360. Ed in rapida successione hanno fatto la loro comparsa “In carcere Tartaglia” (500 membri), “Vergognati Tartaglia. Solidarietà a Berlusconi” (570) ed “Ergastolo per Tartaglia” (tre gruppi omonimi che ne sommano circa 400).Si è dunque scatenata su facebook una vera e propria battaglia di post con numerosissimi commenti. Pochi giorni dopo è nata un’ulteriore polemica da parte di alcuni utenti del social network iscritti ad alcuni gruppi che sarebbero stati cambiati in pagine a sostegno di Berlusconi. Rimane comunque il dubbio sulla veridicità dell’operato avendo questi gruppi mantenuto inalterato il numero degli aderenti.

Il clima di odio corre su Internet? Per il Presidente del Senato, Renato Schifani, è giusta una legge contro l’istigazione alla violenza nelle manifestazioni di piazza, e ha fatto bene il ministro dell’Interno Maroni a scegliere la via di un disegno di legge, e non di un decreto per regolare la questione. Una legge che va fatta, ha aggiunto Schifani, anche per regolare gli incitamenti all’odio sulla rete.
Per Schifani è importante concentrarsi sul web per il suo potenziale: “Negli anni ’70 non c’erano momenti aggregativi cosìpericolosi per frange minoritarie certo, ma pericolose e che enfatizzano il livello di odio”. “Non possiamo accettare che su questi siti vi sia un’istigazione alla violenza, bisogna interrogarsi ma qualcosa va fatto”, ha detto il presidente del Senato riferendosi in particolare ai gruppi anti Berlusconi nati sul social network.
“Vogliamo che Facebook resti un posto dove le persone possono discutere apertamente e condividere le proprie idee” ha fatto sapere ad Apcom Debbie Frost, portavoce di Facebook. Il social network americano,che conta 350 milioni di utenti, risponde alle critiche: “Quando il condividere le informazioni si trasforma in dichiarazioni di odio o minacce contro un individuo ci muoviamo velocemente per rispondere, rimuovere il contenuto in questione e disabilitare gli account delle persone responsabili”.

Un pianeta affamato

E’ difficile immaginare che ancora oggi si può morire di fame e invece la fame è ancora una delle principali cause di morte nel mondo. Lo rende noto la Fao, l’organismo dell’Onu che si occupa di contenere la piaga della carenza di cibo nel mondo. Le stime per il 2009 sono state riviste al rialzo: 1,02 miliardi sono gli affamati, oltre 100 milioni sopra il livello dell’anno scorso. Se non verranno adottate subito misure sostanziali e durature, sottolinea l’agenzia Onu, non verrà raggiunto l’obiettivo sottoscritto da 180 Paesi presenti al vertice mondiale dell’Alimentazione nel 1996 di ridurre entro il 2015 il numero delle persone sottonutrite nel mondo.
Si tratta, soprattutto e come prima cosa, di una vergogna sul piano morale. Com’è possibile che nel XXI secolo, dopo aver viaggiato sulla Luna, non siamo in grado di sfamare la popolazione della Terra? I politici devono peraltro rendersi conto che il fenomeno della fame nel mondo è collegato agli effetti della crisi economica e ai cambiamenti climatici in corso, una situazione, questa, che getta lunghe ombre sulla comunità mondiale.
Di recente, al G-8 dell’Aquila, i leader mondiali si sono impegnati ad agire con l’urgenza necessaria per conseguire una sicurezza alimentare globale sostenibile e, per il prossimo triennio, sono stati stanziati in totale 20 miliardi di dollari.
Anche la Commissione europea ha fornito una risposta, finanziando la sicurezza alimentare tramite una serie di strumenti. Lo strumento alimentare di cui la Ue si è dotata lo scorso anno mobilita fondi aggiuntivi per 1,5 miliardi di dollari destinati a contrastare, in tempi brevi, l’aumento dei prezzi alimentari.
Occorreranno notevoli investimenti affinché l’agricoltura possa adeguarsi con successo alle mutazioni climatiche e alla crescente intensità e frequenza di eventi atmosferici eccezionali. I cambiamenti colpiscono maggiormente le popolazioni più povere e le tendenze a livello mondiale nascondono grandi disparità su scala regionale.
Il costo dei cambiamenti climatici sarà particolarmente elevato per i piccoli agricoltori, prevalentemente nei paesi in via di sviluppo. Se non si agisce in fretta, entro il 2080 la siccità avrà ridotto del 10-20% la capacità cerealicola di base dei 40 paesi più poveri, essenzialmente in Africa sub-sahariana e America latina. Secondo le ultime stime ONU, la popolazione mondiale aumenterà dagli attuali 6,8 miliardi a 9,1 miliardi nel 2050 – un terzo in più di bocche da sfamare rispetto ad oggi. Tale crescita della popolazione avverrà quasi per intero nei Paesi in via di sviluppo. Si prevede che la popolazione dell’Africa sub-sahariana crescerà più velocemente (una crescita del 108%, pari a 910 milioni di persone in più), mentre in Asia orientale e sud-orientale crescerà più lentamente (una crescita dell’11%, pari a 228 milioni di persone in più). Nel 2050, circa il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città e nelle aree urbane, rispetto all’attuale 49%. Bisogna produrre il 70% di cibo in più per i 2,3 miliardi in più di persone che ci saranno nel 2050, al tempo stesso combattendo i problemi della povertà e della fame, usando in maniera più efficiente le scarse risorse naturali e adattandosi al cambiamento climatico. Ogni 15 secondi due bambini nel mondo muoiono di fame. E’ davvero una situazione inaccettabile. “Abbiamo i mezzi tecnici e le risorse per eliminare la fame dal mondo” ha detto il Direttore generale Fao, Jacques Diouf “è solo una questione di volontà politica, e la volontà politica è influenzata dall’opinione pubblica” e , dopo l’ultimo sciopero della fame , tenutosi a Roma tre settimane fa il presidente della FAO spera in tante sottoscrizioni dell’appello e ha aggiunto: “io spero che questo gesto, insieme ad altri, possa aiutare a raggiungere il nostro obiettivo di ridurre il numero di coloro che nel mondo soffrono la fame e il numero dei bambini che muoiono di fame o di malattie ad essa commesse”. Uno sciopero della fame dovuto alla richiesta di 1 miliardo di dollari per aiutare le popolazioni bisognose. Uno sciopero che è apparso come un’ isolata richiesta d’aiuto, chiaramente non accolta dalle Nazioni Unite. La risposta è una sola: ci sono i buoni propositi, ma al momento di procurare aiuti per le popolazioni sottosviluppate, non si arriva mai ad un accordo concreto.La FAO ha calcolato in 10 centesimi di dollaro a persona all’anno il costo di una integrazione a base di ferro. (l’anemia è la principale malattia da regime alimentare – colpisce un miliardo e mezzo di persone) del cibo destinato alle persone anemiche. Nella sola India un’operazione del genere verrebbe a costare 44 milioni di dollari l’anno. In Thailandia si è avuto successo con un programma che, prima di aggredire la malnutrizione combatte la povertà. Il programma ha dato vita ad una serie di iniziative produttive che comprendono l’introduzione di tecnologie agricole più moderne, la creazione di migliaia di centri di allevamento di bestiame, ed il miglioramento delle strutture educative e dei servizi sociali: la carenza di proteine è stata ridotta così da una prevalenza del 51 fino al 21% in termini globali, mentre le forme più drastiche di malnutrizione sono calate dal 2,1% allo 0,01. È allarme rosso per la situazione infanzia nel mondo. Ogni anno 11 milioni di bambini muoiono per cause facilmente prevenibili e molti altri si “perdono in mezzo aivivi”, resi invisibili dalla miseria,non registrati alla naseita o costretti a lavorare in condizioni estreme. Come i bambini soldato, o quelli nei bordelli, vittime dello sfruttamento sessuale. Oltre 600 milioni,sotto i 5 anni, devono sopravvivere con meno di un dollaro al giorno, 200 milioni sono affetti da rachitismo per malnutrizione e oltre 110 non vanno a scuola. Tutti gli uomini devono e possono battersi per la tutela dei diritti umani, troppo spesso violati. Non può esserci sviluppo se questo non è planetario, ed obiettivi dello sviluppo sono quelli di assicurare una condizione di vita dignitosa, un’alimentazione adeguata, un’assistenza sanitaria, istruzione, lavoro e protezione contro le calamità. Intervenire in aiuto delle Nazioni povere e di combattere la povertà attraverso ogni mezzo: sostenere i programmi internazionali; diffondere il messaggio con campagne di informazioni capillari e ripetute nel tempo al fine di sensibilizzare sempre più il cittadino; promuovere incontri con le Istituzioni cooperando con esse per istituire centri di raccolta e per formalizzare programmi di intervento educativo; attivarsi con i media per diffondere l’obbligo della difesa dei diritti umani.

L’immigrazione in Italia

I flussi migratori diretti verso il nostro paese costituiscono uno degli eventi sociodemografici di maggior rilievo degli ultimi decenni del Novecento. Da tipico paese di emigrazione, infatti, l’Italia si trasforma in terra di immigrazione. La società italiana di oggi si configura come un contesto multiculturale con grandi collettività di origine immigrata l’Italia multietnica è ormai, senza dubbio, una realtà .Sono 4 milioni e mezzo gli immigrati regolari in Italia. Lo stima il rapporto 2009 sull’immigrazione della Caritas/Migrantes. Nello studio si sottolinea come il nostro Paese per la prima volta nel 2008 – anno in cui gli immigrati sono cresciuti del 13,4% – abbia superato la media europea (6,2%) per presenza di immigrati in rapporto ai residenti. I regolari, in particolare sono 4.330.000, il 7,2% dei residenti.. È straniero un abitante su 14 ,. Il dossier sottolinea inoltre che oltre la metà degli stranieri regolari in Italia sono passati per le vie dell’irregolarità e sono stati quindi oggetto di regolarizzazioni. L’Italia è tra i paesi europei più interessati dall’immigrazione si piazza al terzo posto tra i paesi europei col più elevato tasso d’immigrazione, preceduta solo da Spagna e Germania. La percentuale più elevata di immigrati arriva dalla Romania, dall’Albania e dal Marocco ma tante sono le comunità presenti sul nostro territorio: da cinesi a ucraini, da polacchi a filippini. Rimane poi quel 10% che arriva, attraverso il canale di Sicilia, dalle zone più disastrate dell’Africa. In Italia, le politiche del governo Berlusconi, guidate dalla Lega, inquadrano l’immigrazione nel contesto della normativa sulla sicurezza, etichettando l’immigrato come criminale, come un nemico. Ma l’immigrazione non è solo un problema di ordine pubblico è un fatto sociale che va affrontato con politiche adeguate. Ma le misure adottate dal governo non spingono certo verso l’integrazione. Il “pacchetto sicurezza” sembra avere lo scopo di rendere la vita difficile agli immigrati piuttosto che di ridurne lo sfruttamento e gli aspetti di illegalità. L’8 Agosto 2009 entra in vigore, inserito nel ddl sullasicurezza, il reato di clandestinità che prevede, per gli stranieri presenti illegalmente in Italia, una multa da 5 a 10mila euro,l’espulsione e il carcere fino a 4 anni per chi torna nel nostro paese clandestinamente. Inizia la politica dei respingimenti: gli immigrati, dopo aver speso una fortuna per il viaggio e messo a repentaglio la propria vita, si vedono rinchiusi nelle carceri libiche in condizioni disperate, sottoposti a maltrattamenti. Le critiche dell’Onu e del Vaticano alla decisione di respingere verso la Libia gli ultimi barconi carichi di migranti non fermano il ministro dell’Interno Maroni: “I respingimenti continueranno, sono in linea con le norme internazionali”. Quello su cui non si riflette è che chiudendo le frontiere non si risolve il problema. La maggior parte degli immigrati però, arriva in Italia non con viaggi di fortuna, ma con un semplice visto turistico o d’altro genere, trova lavoro e aspetta l’immancabile sanatoria che ogni due-tre anni consente di regolarizzarsi. Il presidente della Camera Fini ha adottato una linea decisamente più morbida, per favorire l’integrazione, propone di concedere il voto amministrativo agli immigrati regolari e velocizzare il processo di cittadinanza per quella seconda generazione d’immigrati che è nata in Italia e che ha svolto un adeguato ciclo di studi. Di fronte a politiche sull’immigrazione sempre più dure, all’uso dei “respingimenti” come strumento di lotta all’immigrazione clandestina, all’approvazione di un “pacchetto sicurezza” che punta ancora il dito contro gli extracomunitari, quali sono le reali possibilità di inserimento nel nostro Paese per gli stranieri? Il 46% degli italiani ha paura degli immigrati di temere chi arriva dall’estero. La paura, non appare, però, originata da un sentimento di discriminazione, ma piuttosto da fattori che legano l’immigrato a episodi di criminalità, come dichiara il 28%. Una posizione vicina a quella del 31% degli italiani preoccupati, invece, dal fatto che molti immigrati sono senza lavoro e questo può condurli a “cadere” nella rete della criminalità organizzata. Per questo circa il 40% della popolazione sostiene le politiche razziste della Lega,perché percepisce lo “straniero” come nemico, come pericolo per la propria sicurezza. CQuando la “diversità”infatti viene interpretata come un pericolo, si blocca quel processo d’integrazione tra culture differenti che, se realizzato, trasformerebbe l’immigrazione da “problema” in risorsa. Il problema dell’immigrazione è un punto fermo che l’attuale governo Berlusconi continua a sostenere di “combattere a spada tratta” continuando ad alimentare la fiamma dell’intolleranza e dell’odio verso queste persone che in parte rappresentano un patrimonio per l’economia del paese. Il sistema politico però ha il compito di evitare quei conflitti interculturali che poi sfociano nella paura dello straniero e nel terrore di vivere in una società multietnica e non continuare ad alimentare la paura verso la maggior parte degli immigrati che non sono qui per rubare o stuprare ma vengono in Italia con un unico obiettivo: poter star meglio economicamente e condurre una vita migliore.

Gomorra: Un viaggio nell’impero economico della camorra

Roberto Saviano. Il suo nome oggi è divenuto sinonimo di coraggio. Un uomo, o meglio un ragazzo, che all’età di ventisette anni e con una laurea in filosofia, ha scritto un romanzo che gli è costato tanto. Oggi Saviano paga il prezzo del suo lavoro. Giornalmente è protetto dalla sua scorta. È stato costretto ad abbandonare il luogo nel quale abitava per le pressanti minacce di morte della camorra. Saviano, però, non si è lasciato intimorire. Lui è lì. A testimoniare una voce forte e potente di ribellione alle cosche camorristiche. Non ha girato il capo. Roberto non si è fermato e sta alimentando attorno a se un popolo di ascoltatori, che dalle sua penna pendono. Il libro ha inizio nel porto di Napoli, luogo dove tutto sembra aver avvio e una fine. Qui partiamo per il “viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”. E’ da qui, dall’inizio della prima parte che ci immergiamo nei bassifondi dell’economia camorrista. Attraversiamo prima il porto di Napoli, poi seguiamo Saviano che si intrufola in loschi affari per cercar di comprendere la malavita cinese. Stringe rapporti con Xian, affarista della mafia cinese. È nel secondo capitolo che il lettore si sente assalito da un certo sconforto. Dinanzi alla triste storia di Pasquale, eccellente sarto del napoletano costretto a lavorare per 600 euro al mese. Nel terzo e nel quarto capitolo, Saviano ci racconta la camorra, il sistema, come viene chiamato in Campania. Ci racconta fatti, personaggi, inchieste. Ci narra la guerra di Secondigliano, come fosse una di quelle guerre celebri delle quali riceviamo notizia dalla tv, e del ruolo delle donne all’interno del sistema. Dunque il nostro, al fianco dell’autore, è un cammino in discesa, che ci porta a toccare con mano la cupezza maggiore. Passiamo dall’inerzia, dall’arrendevolezza e dalla sconfitta di Pasquale, alla guerra di Secondigliano. Questo il punto più infimo di tutto il viaggio nell’impero economico della camorra. La prima parte del romanzo, possiamo notare che non c’è redenzione dal magma di illegalità. Anche il narratore viene ad immischiarsi con la camorra. Partecipa a qualcosa di cui ignora la reale importanza, ma poi viene colpito dai sensi di colpa. Anche Saviano, dunque, è coinvolto. Sporcato, macchiato, dal sistema. Nella seconda parte, invece, si riemerge dai bassifondi della malavita napoletana per arrivare in superficie. L’economia ha un sopra e un sotto. Noi siamo entrati sotto, e usciamo sopra. Nella seconda parte, dunque, siamo sopra. Ci stiamo muovendo verso la parte imprenditoriale della camorra. Dove il sistema malavitoso si congiunge con l’economia legale. Punto di congiunzione tra le due sezioni del libro è Kalashnikov. Ed è una narrazione autobiografica a mediare le due fasi della narrazione. Si tratta del ricordo del padre che insegna a Roberto bambino come usare la pistola. Saviano è coinvolto nel marciume della sua regione. Ci è dentro: perché ci è nato, perché per indagare ne viene coinvolto. Ci viene raccontato il sogno realizzato dell’amico Mariano: il suo viaggio fino in Russia per conoscere colui che ha progettato il Kalaschnikov.
È dal racconto autobiografico che si risale. Risaliamo l’economia camorristica. Risale anche Saviano, in un suo ideale percorso di riabilitazione che lo porterà a denunciare tutto il putridume.
È la morte di Francesco Iacomino a far scattare in Saviano qualcosa: “fu quando morì Francesco Iacomino però che compresi sino in fondo i meccanismi dell’edilizia”.
La rabbia avvolge Saviano. La voglia di far qualcosa. Di vendicare l’ennesima vittima di questo sistema malato. Ma l’unica cosa che riesce a Saviano è quella di andare a Casarsa, sulla tomba di Pier Paolo Pasolini. Non va certo ad invocare un Dio letterario, oppure un mistico personaggio in grado di redimere òla sua anima dall’asfittico sistema camorristico. L’autore si reca sulla tomba di Pasolini per ricercare il potere della parola: È sul treno per Pordenone; arriva a Casarsa. È lì che comincia a rimbombarli nella testa l’Io so di Pasoliniana memoria. Pasolini aveva scritto «Io so e non ho le prove»del male dell’Italia. È stata la Dc, è stato il petrolio. Saviano imita Pasolini, ma a dir il vero dice di più: «Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore». È il cemento il petrolio del mezzogiorno. «Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel Mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni». Saviano raggruppa in un unico capo d’accusa le attività della camorra: speculazione edilizia, caporalato,sversamento di rifiuti,droga, sub appalti per le griffe del Nord, omicidi rituali. Il romanzo non ha conclusione, il finale rimane aperto. Non c’è fine né positiva, né negativa. Il finale è il desiderio che l’atto di Saviano non resti isolati e la speranza rappresentata da Roberto ancora vivo.

…SNOWBOARD…


Lo snowboard è uno sport relativamente recente rispetto ad altre discipline invernali; le sue radici affondano nella prima metà degli anni settanta quando Jake Burton era tra i pochi bambini che per primi utilizzarono uno “snurfer”, inventato da Sherman Popper. Nel 1977 veniva fondata nel Vermont la Burton snowboards- un colosso che tutt’oggi tiene in mano un grossa fetta del mercato di questo sport- e la strada per una diffusione mondiale era aperta. In quel periodo un gruppo di cinque persone viveva e lavorava nella stessa abitazione dove gli snowboards venivano prodotti e riparati; è interessante notare che già in questo periodo un servizio gratuito di help desk era attivo per essere a diretto contato con i propri acquirenti.
Gli inizi furono decisamente difficili: lo snowboard era ancora proibito nella maggior parte delle località sciistiche americane e Jake Burton dovette lottare a lungo prima di vedere, nei primi anni ottanta, le
piste di Stratton Mountain (situate nel Vermont); in breve anche altre località come Sugarbowl, Stow e Killington si adattarono al nuovo attrezzo, favorendone la diffusione a macchia d’olio.
Lo snowboarding, conosciuto in Italia più semplicemente come snowboard, è uno sport di scivolamento su neve, nato negli anni 60 negli Stati Uniti d’America. Lo si pratica utilizzando una tavola costruita a partire da un’anima di legno e provvista di lamine e soletta in materiale sintetico simili a quelle dello sci.
Lo snowboarding è divenuta disciplina olimpica nel 1998. Ai Giochi olimpici invernali del 2006 si sono disputate anche le gare di snowboardcross, sia maschile che femminile.Esistono tre stili diversi di snowboard: freestyle, freeride e snowboard alpino. Benché gli stili siano effettivamente diversi, essi si sovrappongono e spesso è difficile separare nettamente la pratica dell’uno o dell’altro, specialmente nel caso del freeride e del freestyle. Freeride: È lo stile più comune. Fondamentalmente il freeride consiste nello scendere per un declivio innevato con la tavola da snowboard. Questo stile comprende lo snowboard su pista e lo snowboard fuori pista. L’espressione agonistica di questo stile è lo snowboard cross.
Freestyle:L’obiettivo di questo stile è di prodursi in salti acrobatici e “figure” usando gli attrezzi a disposizione (ringhiere, piattaforme ecc…) e la conformazione del terreno. Per la pratica di questo stile molte stazioni sciistiche mettono a disposizione zone appositamente progettate dette snowpark. Ha molto in comune con lo skateboard (disciplina dalla quale eredita anche strutture come l’half-pipe e le ringhiere) e la maggior parte delle competizioni è dedicata a questo stile. Il freestyle è inoltre piuttosto pericoloso.
Snowboard alpino: Praticato su neve ben battuta come sulle piste sciistiche, questo stile richiede scarponi rigidi simili a quelli utilizzati nello sci alpino e tavole direzionali più rigide di quelle usate per gli altri stili. La sua espressione agonistica è lo slalom.

Berlino venti anni dopo….

C’era una canzone dei Pink Floyd, intitolata “The Wall”, che diceva: «Non è facile gettare il nostro cuore oltre quel maledetto muro. Ma un giorno, mano nella mano, lo oltrepasseremo». Quanto è bella quella notte magica e libertaria del 9 novembre 1989 a Berlino, con il Muro che cade e i berlinesi dell’Est che frugano l’Ovest, una città sommersa da una massa umana fatta di colori, emozioni, curiosità, frenesie, rivincite. 20 anni fa cadeva il Muro di Berlino. Era il 9 novembre del 1989 quando, dopo tantissimo tempo, quel muro, costruito per dividere due mondi antagonisti, nel periodo buio della Guerra Fredda, venne finalmente abbattuto. Tante le manifestazioni previste per festeggiare un giorno che verra’ ricordato per sempre nei libri . Le edicole sono invase da supplementi e pubblicazioni dedicate al ventennale della caduta del Muro, i giornali e le tv pullulano di testimonianze personali sul ”mio 9 novembre” questi sono i segni piu’ evidenti della festa che Berlino, tutta la Germania e l’intera europa si apprestano a vivere a 20 anni dagli avvenimenti che sancirono la riunificazione dell’Europa.  Si’, perche’ la riunificazione di Repubblica democratica (eufemismo che definiva il regime comunista) e Repubblica federale avveniva in contemporanea con la liberazione delle energie dei Paesi dell’est, confinati sino ad allora al di la’ della ”Cortina di ferro”, espressione consegnata ormai ai libri di storia. Un muro, quello di Berlino, voluto per tenere ”dentro” una popolazione alla quale veniva negato l’elementare diritto alla mobilita’ e all’emigrazione. Immensa prigione che conosceva solo una frontiera aperta (e sotto condizioni): quella ad est verso l’Urss ed i ”Paesi fratelli”, quelli che, quando era il caso, erano pronti ad intervenire, militarmente, attraverso lo strumento del Patto di Varsavia, per reprimere ansie di liberta’ e rinnovamento. «È stato il risultato di una lunga storia di oppressione e della lotta contro questa oppressione» così il cancelliere tedesco Angela Merkel attraversa l’ex valico di frontiera che divideva in due Berlino, sulla Bornholmer Strasse, e dà il via alle celebrazioni ufficiali per i vent’anni della caduta del muro. Assieme al Cancelliere tedesco ci sono l’ex presidente dell’Unione sovietica, Mikhail Gorbaciov, e l’ex presidente della Polonia, Lech Walesa. Le celebrazioni, continua la Merkel, «non sono soltanto per i tedeschi ma per l’intera Europa». Il Cancelliere sottolinea come «sia valsa la pena di lottare per questo» e si rivolge all’ultimo presidente sovietico, ringraziandolo «per aver reso questo possibile»: «Noi sapevamo che qualcosa stava succedendo in Urss e sapevamo che doveva succedere» in Unione Sovietica perché succedesse anche da noi. E Gorbaciov ha avuto il «coraggio» di avviare questo processo. «Grazie e grazie per essere qui oggi», conclude.

Ma a distanza di vent’anni ci si chiede cosa è rimasto di quell’eventi che ha modificato i destini dell’europa??

Che si trattasse di un evento epocale, non lo si può negare. La caduta di quel muro ha segnato, nel bene e nel male, la storia di questi ultimi vent’anni molto più di qualsiasi altro evento dello stesso periodo. Oggi, è rimasto un percorso turistico in una città che dopo la violenza del muro, ha trovato la forza di ricostruirsi e rinnovarsi completamente. L’unificazione tedesca è stato un po’ la Prova Generale dell’allargamento dell’Unione Europea a oriente, dandone la spinta ma allo stesso tempo diventando metro di confronto di quello che accadde dopo. Ma non fu solo un fatto di economia o di riunificazione nazionale. Fu il crollo definitivo del comunismo inteso come apparato politico (in)capace di affrontate i nuovi sviluppi della storia. Quindi per un passato che è parte di un’esistenza lontana in cui il ricordo, sempre più vago, serve a difendersi quando il presente diventa difficile.

«Non è facile gettare il nostro cuore oltre quel maledetto muro.

Ma un giorno, mano nella mano, lo oltrepasseremo» Pink Floyd.

Acrostico

Forse
E’
Destino
Errare
Ripetutamente
In
Cerca d’
Amore

Halloween: I “poteri” nascosti della zucca

La notte di Halloween, la notte delle streghe, la notte più “spaventosa” dell’anno può anche riservare, oltre al classico “Dolcetto o scherzetto”, piacevoli sorprese grazie ad uno degli ingredienti più utilizzati per la coreografia di questa festa, la zucca.
Il termine zucca deriva da “cocutia” (testa), poi trasformato in “cocuzza”, “cozuccae” e, infine, zucca. È originaria dell’America Centrale e i semi più antichi, ritrovati in Messico, risalgono al 7000-6000 a.C. Nel nord America la zucca rappresentava un alimento “base” della dieta degli Indiani e infatti i primi coloni impararono da loro a coltivarla. Insieme alla patata e al pomodoro, è stato uno dei primi ortaggi esportati dopo la scoperta dell’America. Ma com’è nata la tradizione di intagliare la zucca per la festa di Halloween????
L’usanza di intagliare delle zucche per la festa di Halloween nacque in Irlanda. Originariamente le lanterne venivano ricavate da grandi rape, barbabietole e cavoli rapa, prima dell’introduzione della zucca da parte degli emigrati irlandesi in America.
Una zucca di a cui è stata asportata la parte superiore e che è stata privata della polpa e dei semi per lasciare l’involucro esterno, su cui viene poi intagliata una faccia prende il nome di Jack-o’-lantern, la famosa zucca di Halloween, deriva da una leggenda irlandese e risale a centinai di anni fa.
Si racconta che Jack un miserabile vecchio ubriacone si divertisse a giocare scherzi a chiunque: alla famiglia, agli amici,a sua madre e perfino al diavolo. Un giorno mentre il Diavolo si stava arrampicando su un albero di mele Jack lo intrappolò circondando il tronco di croci. Il Diavolo era bloccato sull’albero e Jack gli strappò la promessa di non prendersi la sua anima quando sarebbe morto. Solo allora tolse le croci e lasciò andare il diavolo.
Qualche anno dopo, il giorno della sua morte, Jack salì al cielo ma San Pietro gli disse che aveva avuto una vita troppo crudele e miserabile per entrare in paradiso. Allora si recò all’inferno dal Diavolo, il quale però mantenne la sua promessa e non gli permise di entrare all’inferno. Jack era impaurito, non sapeva dove andare, era destinato a vagare per sempre nelle tenebre tra l’inferno e il paradiso.
Il Diavolo allora prese un tizzone e glielo diede per aiutarlo a illuminare il cammino. Jack posizionò il tizzone in una rapa, uno dei suoi cibi preferiti
che portava sempre con sé, dopo averla scavata. Da quel momento in poi Jack si aggirò sulla terra senza un posto dove andare, illuminando la via come poteva con la sua Jack O’Lantern.
Così nel giorno dei morti gli irlandesi scavavano rape, barbabietole e patate, inserendo dentro una fonte di luce che tenesse lontano gli spiriti maligni e Jack. Nel 1800 quando ci fu un forte emigrazione
irlandese in America si scoprì ben presto che le zucche erano più grandi e più facili da scavare.
Da li in poi le zucche diventarono il simbolo di Halloween.
La zucca però, prima di essere una lanterna per illuminare la via delle tenebre, così come recita la leggenda è un cibo e un rimedio utili in molte situazioni.
Per esempio, la zucca è povera di calorie (49 calorie per una tazza di minestra) è ed adatta quindi a chi è a dieta; è ricca di vitamina A sottoforma di betacarotene e quindi utile per la vista; è ricca di fibre tanto utili all’intestino e alla sua “regolarità”; contiene molto potassio, un minerale prezioso che, tra gli altri, aiuta in caso di ritenzione idrica, crampi, ipertensione.
Ma contiene anche altri elementi utili come ferro, zinco, vitamina C, luteina (un antiossidante) e molti altri principi che fanno della zucca molto più che una semplice decorazione.

Della zucca si può usare praticamente tutto, non solo la polpa che volendo può essere impiegata fresca come maschera di bellezza, ma si mangiano anche i semi secchi che sono ricchi di magnesio (tanto utile per la salute) e ferro, e poi altri minerali come manganese, rame, zinco; proteine e vitamina K.
Senza dimenticare gli steroli vegetali che secondo alcuni studi possono ridurre il rischio di cancro e malattie cardiache e gli acidi grassi omega-3, anch’essi ritenuti utili nel ridurre il rischio di malattie cardiovascolari.
Insomma, è proprio il caso di dirlo: tra il dolcetto o lo scherzetto è certamente meglio scegliere la zucca che è più sana e non nasconde sorprese.

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