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Gomorra: Un viaggio nell’impero economico della camorra

Roberto Saviano. Il suo nome oggi è divenuto sinonimo di coraggio. Un uomo, o meglio un ragazzo, che all’età di ventisette anni e con una laurea in filosofia, ha scritto un romanzo che gli è costato tanto. Oggi Saviano paga il prezzo del suo lavoro. Giornalmente è protetto dalla sua scorta. È stato costretto ad abbandonare il luogo nel quale abitava per le pressanti minacce di morte della camorra. Saviano, però, non si è lasciato intimorire. Lui è lì. A testimoniare una voce forte e potente di ribellione alle cosche camorristiche. Non ha girato il capo. Roberto non si è fermato e sta alimentando attorno a se un popolo di ascoltatori, che dalle sua penna pendono. Il libro ha inizio nel porto di Napoli, luogo dove tutto sembra aver avvio e una fine. Qui partiamo per il “viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”. E’ da qui, dall’inizio della prima parte che ci immergiamo nei bassifondi dell’economia camorrista. Attraversiamo prima il porto di Napoli, poi seguiamo Saviano che si intrufola in loschi affari per cercar di comprendere la malavita cinese. Stringe rapporti con Xian, affarista della mafia cinese. È nel secondo capitolo che il lettore si sente assalito da un certo sconforto. Dinanzi alla triste storia di Pasquale, eccellente sarto del napoletano costretto a lavorare per 600 euro al mese. Nel terzo e nel quarto capitolo, Saviano ci racconta la camorra, il sistema, come viene chiamato in Campania. Ci racconta fatti, personaggi, inchieste. Ci narra la guerra di Secondigliano, come fosse una di quelle guerre celebri delle quali riceviamo notizia dalla tv, e del ruolo delle donne all’interno del sistema. Dunque il nostro, al fianco dell’autore, è un cammino in discesa, che ci porta a toccare con mano la cupezza maggiore. Passiamo dall’inerzia, dall’arrendevolezza e dalla sconfitta di Pasquale, alla guerra di Secondigliano. Questo il punto più infimo di tutto il viaggio nell’impero economico della camorra. La prima parte del romanzo, possiamo notare che non c’è redenzione dal magma di illegalità. Anche il narratore viene ad immischiarsi con la camorra. Partecipa a qualcosa di cui ignora la reale importanza, ma poi viene colpito dai sensi di colpa. Anche Saviano, dunque, è coinvolto. Sporcato, macchiato, dal sistema. Nella seconda parte, invece, si riemerge dai bassifondi della malavita napoletana per arrivare in superficie. L’economia ha un sopra e un sotto. Noi siamo entrati sotto, e usciamo sopra. Nella seconda parte, dunque, siamo sopra. Ci stiamo muovendo verso la parte imprenditoriale della camorra. Dove il sistema malavitoso si congiunge con l’economia legale. Punto di congiunzione tra le due sezioni del libro è Kalashnikov. Ed è una narrazione autobiografica a mediare le due fasi della narrazione. Si tratta del ricordo del padre che insegna a Roberto bambino come usare la pistola. Saviano è coinvolto nel marciume della sua regione. Ci è dentro: perché ci è nato, perché per indagare ne viene coinvolto. Ci viene raccontato il sogno realizzato dell’amico Mariano: il suo viaggio fino in Russia per conoscere colui che ha progettato il Kalaschnikov.
È dal racconto autobiografico che si risale. Risaliamo l’economia camorristica. Risale anche Saviano, in un suo ideale percorso di riabilitazione che lo porterà a denunciare tutto il putridume.
È la morte di Francesco Iacomino a far scattare in Saviano qualcosa: “fu quando morì Francesco Iacomino però che compresi sino in fondo i meccanismi dell’edilizia”.
La rabbia avvolge Saviano. La voglia di far qualcosa. Di vendicare l’ennesima vittima di questo sistema malato. Ma l’unica cosa che riesce a Saviano è quella di andare a Casarsa, sulla tomba di Pier Paolo Pasolini. Non va certo ad invocare un Dio letterario, oppure un mistico personaggio in grado di redimere òla sua anima dall’asfittico sistema camorristico. L’autore si reca sulla tomba di Pasolini per ricercare il potere della parola: È sul treno per Pordenone; arriva a Casarsa. È lì che comincia a rimbombarli nella testa l’Io so di Pasoliniana memoria. Pasolini aveva scritto «Io so e non ho le prove»del male dell’Italia. È stata la Dc, è stato il petrolio. Saviano imita Pasolini, ma a dir il vero dice di più: «Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore». È il cemento il petrolio del mezzogiorno. «Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel Mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni». Saviano raggruppa in un unico capo d’accusa le attività della camorra: speculazione edilizia, caporalato,sversamento di rifiuti,droga, sub appalti per le griffe del Nord, omicidi rituali. Il romanzo non ha conclusione, il finale rimane aperto. Non c’è fine né positiva, né negativa. Il finale è il desiderio che l’atto di Saviano non resti isolati e la speranza rappresentata da Roberto ancora vivo.

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